RECENSIONE: Da noi non può succedere

RECENSIONE: Da noi non può succedere
2 Novembre 2020 accademia

Di libri premonitori, preveggenti e spaventosamente anticipatori di una realtà che si è verificata negli anni successivi ce ne sono diversi, tutti accomunati da un peggioramento dell’attuale situazione che poi, manco a dirlo, accade. Come non nominare 1984 di George Orwell o Fahreneit 451 di Bradbury, sconvolgenti per l’attualità che contengono.

Tra tanti di questi libri, però, Da noi non può succedere è davvero la cronaca satirica della politica odierna, se non che è stata scritta nel 1935. Si tratta di un romanzo di Sinclair Lewis profondamente attuale, non solo per gli Stati Uniti, in cui è ambientato, ma per tutto l’Occidente, dove populismi più o meno improvvisati avanzano senza sosta.

Ma cosa non può succedere? Ambientato durante la “Grande Depressione”, narra della impossibilità, nell’opinione diffusa, di un crollo della democrazia, che invece si dimostra fragile, troppo fragile. Agli albori del nazifascismo gli Stati Uniti non si curano troppo dell’aggressività dei suoi promotori, sottovalutando la portata di un fenomeno che è tutto meno che concluso nella storia.

Quindi è questo che “ da noi (ovvero gli USA) non può succedere”.

La visione lunga dell’autore, invece, propone uno sguardo diverso, una realtà alternativa alla vittoria di F.D. Roosvelt, che viene sconfitto da un demagogo populista. Ed ecco che tutti, compresi gli americani, possono cadere sotto l’avanzata populista, travestita, senza troppe sorprese, da un Presidente che si fa dittatore per “salvare la nazione” dai nemici, che poi indiscriminatamente possono essere criminali o liberi pensatori. In ogni caso nemici.

Nessuna condanna all’elettore medio americano, bensì una narrazione distopica che ci conduce, attraverso le vicende del direttore di un piccolo giornale, Doremus Jessup, all’ascesa di Bezelius Windrip e ci descrive come, all’improvviso, la società si divida in chi sta dalla parte del regime e chi, a costo di rischiare la propria vita, non vuole piegarsi a una deviazione politica, da una parte o dall’altra che sia.

Il protagonista direttore di giornale si vede gradualmente limitato nella sua libertà di espressione, poi ridimensionato nel suo ruolo, mentre assiste incredulo e inerme allo svolgersi degli eventi, convincendo sé stesso che l’“America è la sola nazione libera sulla terra. E poi… il paese è troppo grande per una rivoluzione. No, no! Da noi non può succedere”.

Invece succede, anche nella libera America, che il malcontento popolare si tramuti in demagogia e ignoranza diffusa, nel supporto condiviso a un personaggio, il Presidente/dittatore Windrip, apparentemente privo di forza, sicuramente dotato di scarsa morale, ma che, da vero everymen, è capace di impersonare qualsivoglia ruolo il popolo richieda. Non sorprende che la situazione degeneri in breve tempo, con tanto di esercito e corpi speciali che si preoccupano di tenere alta l’adesione al regime instaurato a forza di manganelli e retate improvvise. Il Presidente/dittatore non è da meno nemmeno con la politica estera, prospettando di far guerra a Messico e Canada con il fine di costituire un impero del Nord America. A tratti farsa, a tratti tragedia.

Se un nome comincia a farsi largo nella mente, le analogie non sono finite.
Ci sono tutti gli ingredienti, ma la ricetta è complessa.

Un pizzico di assistenzialismo economico – “Voterò per Buzz Windrip. Appena eletto darà quattromila dollari a tutti, e io potrò mettere su un allevamento di polli” – , mescolato con opportunismo anti-sistema – “I milionari ci raccomandano di non essere egoisti! […] Ebbene no! Siate egoisti e votate per il solo uomo che intenda darvi qualcosa e che vi darà qualcosa!”. Aggiunta di demagogia anti-istituzionale – “…il mandato presidenziale che poneva di colpo fine all’esistenza dei diversi stati […] consentendo così di risparmiare grazie alla riduzione del numero dei governatori e degli altri ufficiali di stato” – e guarnizione di antisemitismo – “l’uomo nordico si è sempre distinto per la sua gentilezza e per la sua bontà verso amici, bambini, cani e persone di razze inferiori”.

Probabilmente a questo punto i nomi nella mente sono aumentati, e scopriamo amaramente che qualcuno di questi è di casa nostra.

Com’è possibile tutto questo?, si chiede Lewis attraverso le parole del borghese e rispettabile direttore di giornale. “La colpa è di Doremus Jessup! Di tutti i rispettabili Doremus Jessup che con la loro indolenza hanno permesso ai demagoghi di prendere il largo, senza mai protestare con troppa convinzione” è la risposta che si da.

C’è da chiedersi, quindi, chi può salvare quell’America esportatrice di libertà che ha appena scoperto di avere al suo interno i germi per una dittatura populista. La risposta la sappiamo, perché la storia ci ha raccontato di come la resistenza nasca tra le fila di chi non si è piegato. È ancora lui, il rispettabile Jessup, che dopo un’iniziale rassegnazione si rifugia in Canada e comprende la necessità di reagire, di non abbassare la guardia, perché l’assuefazione e la sottovalutazione come eccentricità di un fenomeno del genere sono rischi reali, ma l’informazione e la stampa non possono lasciarsi intimidire.

 

Un romanzo assolutamente da leggere, sostanzioso nella forma e nel contenuto, tornato in auge nel 2016, proprio in America.

Il 2016, nessun nesso è saltato alla mente?

Si riporta un dato di quell’anno: nel mese di novembre il sito dell’immigrazione canadese va in tilt per traffico eccessivo.

Donald Trump è subentrato come Presidente a Barack Obama.

di Marina Rossini

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