“Il Grande Imbroglio: una recensione”

Recensione Il Grande Imbroglio | Accademia Europeista F.V.G.

Stefano Righi

Il grande imbroglio. Come le banche si prendono i nostri risparmi

pagg. 159, euro 12,50

Guerini e Associati

di Fabio Feliciano, consulente aziendale

Stefano Righi, giornalista del Corriere della Sera, nel suo “Il Grande Imbroglio” condensa in un manuale di circa 150 pagine un pezzo di storia della recente Italia bancaria. L’intento, perfettamente raggiunto, è non soltanto quello di ripercorrere le vicende ed i fatti accaduti in materia, riproponendoli tout court, ma anche quello di analizzarli da vicino nelle diverse sfaccettature.

Sotto la forma della cronaca e della narrazione, gli eventi vengono così evidenziati, quasi a monito per una futura memoria.

Secondo l’autore, i segnali, che poi hanno portato alla brutta pagina di storia c’erano tutti, ma ignorati per superficialità e noncuranza.

A ciò va unito il tipico atteggiamento italiano del “laissez-faire”, del “laissez-passer”, ossia la convinzione che le strategie dell’attesa e del non esporsi siano vincenti: le cose si sistemano comunque. Ma abbiamo visto con quali risultati…

Il testo mantiene un taglio critico e analitico con il fine di suscitare in chi legge una coscienza finanziaria consapevole.

Nello specifico, l’autore evidenzia analogie, elementi comuni, che hanno caratterizzato tutte le varie vicende e le banche coinvolte:

  • il conflitto di interessi dei loro organi di comando, originati quasi sempre da una prolungata permanenza degli stessi in un tessuto territoriale florido e recettivo, ossia in un sistema caratterizzato da un radicamento tra interessi personali ed interessi aziendali;
  • la superficialità, favorita da una buona fede nell’operato dei soggetti bancari, i quali, consci della reputazione guadagnatasi negli anni verso i propri clienti, hanno preferito sfruttare tale legame a loro vantaggio, tradendo la fiducia dei risparmiatori a fronte di interessi di budget ricompensati con lauti incentivi. In molte banche i risparmiatori ignari sono diventati persino soci del loro istituto di credito, e in altri casi prestatori subordinati, ossia sottoscrittori di obbligazioni subordinate attraverso le quali si è nel contempo prestatori equiparati a soci (strumenti tutt’altro che chiari e con rischi non facilmente percepibili);
  • le grosse falle nel sistema della governance, in particolare nel meccanismo di controllo dell’operato e dei rischi del management;
  • la scarsità di competenze sia dei soggetti preposti alla consulenza finanziaria sia, soprattutto, dei soggetti investitori;
  • una componente o una predisposizione psicologica all’avidità che si sostanzia nella ricerca spassionata di alti rendimenti senza pesare i rischi ma soprattutto senza tener conto del difficile contesto nel quale viviamo.

Così per “inesperienza”, per “facile buonismo”, per “ignoranza” nella conoscenza dei concetti dell’economia e della finanza gli italiani risultano del tutto sprovveduti in fatto di cultura finanziaria risultando persino dietro Botswana, Madagascar, e Togo (come riportato nella ricerca, su 148 Paesi, ad opera di McGraw-Hill Financial – George Washington Univ. e Banca Mondiale)

Da quanto sopra appare evidente che un grandissimo numero di risparmiatori si sarebbe trovato nei portafogli prodotti di dubbia qualità e dall’elevato rischio finanziario quando (certo cozzando con le volontà dei vertici delle banche, interessati unicamente al reperimento di risorse ma disinteressati alla trasparenza) sarebbe bastato che i bancari esplicitassero in modo appropriato i rischi connessi ai loro investimenti per evitare ciò che si è poi verificato.

Ebbene, proprio la contrapposizione di interessi, tra le banche e i risparmiatori, ha in quest’ultimi ingenerato sconforto e minato la fiducia. L’aneddoto con cui l’autore esordisce rappresenta un po’ l’emblema di tale sconforto: un investitore, tradito nella fiducia, cerca di farsi giustizia sommaria da solo irrompendo in una banca presso la quale aveva il conto e con forza vuole farsi tornare gli “schei”. La conclusione? Sarà processato per tentata rapina. Mentre la dirigenza della banca è in attesa della giustizia, la quale, ad oggi, non ha ancora fatto il suo corso anche perché tale dirigenza al momento ha dribblato le azioni legali, in certi casi nemmeno mai promosse.

Potremmo affermare che in questo momento si è in presenza di un cortocircuito non solo nel sistema finanziario ma anche del sistema giuridico, che non punisce a dovere i reati anche quando sono plateali, lasciando gli amministratori impuniti e facendo pagare alla collettività errori nella gestione alla stessa non riconducibili.

Righi però sottolinea che, per fortuna, non tutto il mondo della finanza è così negativo, ma che gli attori principali devono essere anche e soprattutto gli investitori i quali hanno da fare i “compiti a casa”, informarsi, essere più arguti e, qualora non convinti della consulenza ricevuta, approfondire in proprio. Se ciò avessero già fatto, gli esiti sarebbero stati ben diversi: i problemi strutturali delle banche sarebbero venuti a galla molto prima di quanto accaduto.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

– 60 mila azionisti Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio coinvolti in situazioni a rischio;

– 44 mila azionisti Banca Marche con patrimoni mal gestiti;

– 22 mila soggetti a vario rischio coinvolti in Cariferrara.

A questi, altri si aggiungeranno.

L’autore poi cristallizza l’emergere delle problematiche del sistema bancario italiano agli inizi del 2015 quando il Governo, attraverso il decreto di riordino del sistema delle banche popolari, ha portato alla detonazione di quattro istituti: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio di Chieti.

E così dedica ampio spazio ad ogni (triste) vicenda bancaria passando in rassegna il Monte dei Paschi di Siena, la Popolare di Milano, la Banca Carige, la Credinord, il salvataggio della Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, la Banca delle Marche, la Cassa di Risparmio di Ferrara, la Cassa di Risparmio di Chieti, per concludere con Veneto Banca e la Popolare di Vicenza.

Resta, quindi, la considerazione che molti segnali, ma anche molte denunce, costituivano situazioni anomale facili, nel complesso, da interpretarsi ma chi doveva cogliere e provvedere a riportare la nave alla giusta rotta pare abbia glissato senza prendere i dovuti provvedimenti o intraprendere azioni reali di contrasto.

Il riferimento non può, in questo caso, che essere alla Banca d’Italia che è ancora, pur con poteri minori, l’organo preposto a sovraintendere il sistema bancario del nostro Paese.

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